INSTAGRAM

Instagram

giovedì 22 agosto 2019

Le Yeezy 500 cambiano totalmente volto

Le Yeezy 500 cambiano totalmente volto: presto disponibili nella versione High

A metà tra una chunky shoes e un’irrinunciabile sportiva da tutti i giorni, la Yeezy 500 si è subito ritagliata un posto nel cuore degli sneakerhead.
La sua unica pecca, però, è data dalla costituzione che la rende prettamente primaverile. Ma il brand ha pensato anche a questo.
La nuova versione, chiamata Yeezy 500 High “Slate”, è uno scarponcino invernale con l’aspetto del modello come siamo abituati a conoscerlo, con la differenza che lo scheletro cambia totalmente essenza per adattarsi ai climi più freddi. Al posto delle sovrapposizioni in mesh, ad esempio sul collar, troviamo una struttura in neoprene impermeabile e traspirante. 
Il suede, pur sembrando uguale, varia. Abituati a vederlo più ispido, dunque anche più difficile da pulire, in questa nuova versione resta morbido ma meno arruffato, essendo sostituito da inserti in nubuck.
La scarpa, giocata sui toni del blu scuro e del nero, ripone nella midsole in adiPrene la sua unica fonte di luce.
La release è attesa per dicembre, cop or drop?

lunedì 19 agosto 2019

The North Face - Outpump

The North Face, marchio di abbigliamento tecnico per la montagna che è sempre stato molto in voga anche al di fuori di questo ambiente. Il brand penso lo conosciate tutti, perciò abbiamo deciso di raccontarvi un po’ tutta la storia dietro il Nuptse o il Mountain Light che continuate a bramare ardentemente.
Le origini:
Ironicamente tutto ha inizio nel 1966 su una spiaggia a San Francisco, dalle menti di Douglas Tompkins e sua moglie, due appassionati di climbing che decisero di far diventare la loro passione un business, aprendo uno store di equipaggiamento tecnico. Il nome scelto è North Face, ovvero la parte più difficile da scalare di una montagnanell’emisfero boreale.
Questa prima fase dura 2 anni, nel 1968 avviene la grande trasformazione, lo store abbandona la San Francisco Bay per passare nella fervida e attivissima zona di Berkeley e diventare ufficialmente The North Face, il brand che conosciamo oggi.
Le prime sponsorizzazioni portano il brand ai confini del mondo, accompagnando spedizioni nei luoghi più reconditi del pianeta. Una tradizione ancora viva per il brand, la quale sì, è un marchio di punta nello streetwear, ma soprattutto nell’abbigliamento tecnico.
Anni ’80: Neon, Splendore e Tecnologia
Negli anni ’80 il brand crebbe in popolarità e perciò oltre all’equipaggiamento specifico per il climbing vennero aggiunte la sezione Skiing e la sezione Camping.
Proprio in questi anni nasce uno dei design più rappresentativi del brand, ovvero la Mountain Jacket, creata nel 1985, la quale rivoluziona il settore per via della tecnologia elevatissima e il design accattivante, caratterizzato da colori neon, molto in voga in quegli anni.
Nel 1988 The North Face crea l’Expedition System, top di gamma del brand in quanto a resistenza e durabilità. Scommetto sicuramente che ne abbiate visto qualcuno a cifre folli in giro per il web.
La Expedition Jacket nell’edizione Antarctica Expedition
Anni 90 – ’00: Declino e rinascita
Alla fine degli anni ’80, The North Face era l’unico brand in grado di fornire tutto l’equipaggiamento necessario agli esploratori di ogni ambiente naturale, dalle tende al vestiario.
Questa crescita esponenziale portò però il brand a fare il passo più lungo della gamba, scegliendo di gestire internamente il processo di produzione e di conseguenza mandando il sistema di distribuzione in tilt, per via della difficoltà nell’evadere gli ordini. Questo fatto, unito alla nascita di nuovi brand concorrenti, uno su tutti Patagonia portò The North Facea navigare in cattive acque  e a varie problematiche finanziarie.
Come far risorgere un brand che ha fatto della qualità il suo marchio di fabbrica? Semplice, puntando sullo streetwear. Nei primi anni 2000 The North Face iniziò la produzione di abbigliamento adatto anche all’uso quotidiano e iniziò la sua risalita. Se per gli anni 80 il modello di punta era stata la Mountain Jacket, per questa fase storica molto si deve al Nuptse, che iniziò ad essere indossato anche nel mondo dell’entertainment.

Un Nuptse 600 di circa metò anni ’90

Anni’00-oggi: Hype Climbing
The North Face ci aveva visto lungo scegliendo di buttarsi sullo streetwear, le vendite aumentarono esponenzialmente e il brand tornò a navigare in acque più tranquille, ritagliandosi la sua fetta (anche abbastanza ampia, per via appunto dell’esperienza acquisita negli anni) di mercato.
In questo periodo, il marchio non perse il treno delle collaborazioni, una delle più importanti e storiche è quella con Supreme.
La collaborazione con Supreme nacque anche grazie alla volontà di James Jebbia, il quale ha sempre cercato di fornire agli appassionati ma soprattutto agli skaters abiti adatti ad ogni occasione e condizione climatica; ecco quindi che nel 2007 vede la luce la prima collaborazione tra questi due colossi. Queste partnership consistono in una semplice, ma mai banale, rivisitazione da parte di Supreme di alcuni modelli classici di The North Facecon il tocco finale delle etichette in co-branding. Fin da subito le varie collezioni sono state apprezzate dal pubblico ed alcuni pezzi sono diventati delle vere e proprie icone e oggetti del desiderio da parte di molti.

Tra tutte le collezioni abbiamo scelto la nostra top 3:
Primavera/estate 2014: Vede la luce un vero e proprio “holy grail”, per la prima volta viene utilizzato come modello di partenza l’Expedition coach jacket con cappuccio removibile. Il più bello tra le quattro colorways uscite è senza dubbio è il “map printed“.


Autunno/inverno 2011: è la volta dei Nuptse in versione “leopard” in tre colorways, giallo (il più apprezato), verde e grigio.



Primavera/estate 2008: esce il “Summit jacket” raffigurante la  Public Library di New York a Midtown in versione day & night. Una vera “perla” che al giorno d’oggi è possibile trovare solo a prezzi stellari.

A distanza di 40 anni, The North Face riesce a smentire il famoso proverbio che dice di non tenere il piede in due scarpe, questo grazie alla perfetta sincronia tra tecnologie innovative e design molto gradevoli. E voi utilizzate il brand USA? Fateci sapere i vostri pezzi preferiti nei commenti!

venerdì 16 agosto 2019

PATAGONIA E IL DIVERSO MODO DI FARE MARKETING

Il fondatore di Patagonia

Il Wall Street Journal Magazine racconta chi è Yvon Chouinard, capo della marca di abbigliamento che invita i consumatori a non comprare i suoi prodotti




Patagonia è un famoso marchio di abbigliamento sportivo con quasi 1300 dipendenti, fondato negli anni Settanta da Yvon Chouinard. L’azienda, interamente di proprietà di Chouinard e di sua moglie, è gestita in un modo molto inusuale per una società famosa in tutto il mondo: destina parte dei suoi ricavi annuali a iniziative ambientaliste ed è stata una delle pochissime società a fare pubblicità invitando i consumatori a non comprare i propri prodotti. Queste particolarità discendono direttamente dalla personalità e dalle convinzioni del suo fondatore, a cui il Wall Street Journal Magazineha dedicato un lungo ritratto.

Patagonia è una società molto florida. Lo scorso anno ha registrato vendite per 414 milioni di dollari (320 milioni di euro) e prevede che queste aumenteranno del 30 per cento quest’anno. Nonostante questo, Chouinard non sembra il classico uomo d’affari: dimostra parecchi anni in meno della sua età, è in forma e abbronzato, anche perché in ogni occasione possibile abbandona il suo ufficio nella sede della società a Ventura, in California, per andare a fare surf.
Yvon Chouinard, che oggi ha 73 anni, è nato in Maine, negli Stati Uniti orientali, da genitori di origine franco-canadese che si trasferirono in California quando Yvon aveva sette anni. Fino a otto anni non parlava inglese, dato che la lingua usata in casa era il francese. Passò gran parte della sua infanzia andando a pesca di gamberi intorno al Los Angeles River o cacciando conigli con arco e frecce.
La sua vera passione, l’alpinismo, la scoprì quando andava alla scuola superiore. Chouinard però non era soddisfatto dell’attrezzatura disponibile negli anni Cinquanta, e cominciò a darsi da fare per costruirsela da solo. Imparò il mestiere del fabbro e comprò l’attrezzatura per lavorare il metallo. Nel corso degli anni Chouinard diventò un alpinista di fama mondiale, molto apprezzato anche per le modifiche all’equipaggiamento e agli attrezzi che produceva personalmente.
Negli anni Settanta, Chouinard importava in California maglie da rugby e pantaloni di velluto a coste, alla ricerca di prodotti e materiali resistenti da rivendere ai suoi colleghi scalatori. Patagonia, fondata nel 1972, si dette in breve tempo alla produzione della propria linea di vestiario, che si rivelò di ben maggiore successo rispetto all’attrezzatura da scalata. La svolta arrivò quando, alle sfilate di New York, le case di moda proposero anche le maglie di pile di Patagonia.
Il successo non cambiò comunque le convinzioni di Chouinard e il suo approccio inusuale per l’ambiente. In “Lasciate che i miei ragazzi vadano a fare surf”, la sua autobiografia del 2005 citata dal WSJ Magazine, ha scritto: “Volevo distanziarmi il più possibile da quei cadaveri in abito e con l’aria pallida che vedevo in aereo sulle pubblicità delle riviste”. Chouinard chiama la sua filosofia “MBA”, un gioco di parole sull’acronimo comunemente usato per Master in Business Administration e che lui interpreta invece come management by absence (“gestione in assenza”). A volte rimane lontano da Ventura per mesi, testando sul campo i prodotti della sua società mentre va a pescare o a fare scalate.
Quando è nella sede di Patagonia in California, lavora a una scrivania senza computer né cellulare – Chouinard non li usa – e promuove uno stile molto amichevole e aperto nei rapporti con i suoi dipendenti. Non ci sono orari d’ufficio e sono frequenti le “pause-surf”, anche se i dipendenti devono comunque rispettare alcuni obbiettivi e scadenze fissate in anticipo. Nella sede della società c’è una stanza per fare yoga: l’autore del ritratto di Chouinard sul WSJ Magazine dice che al momento della sua visita, a metà mattina di un martedì, il capo della sezione design dell’abbigliamento maschile era in piena meditazione.
Fin dagli anni Ottanta, Patagonia ha dato l’un per cento dei suoi ricavi a iniziative ambientaliste, per un totale di 41,5 milioni di dollari a partire dal 1985. Patagonia ha promosso il principio “1% for the Planet” anche presso altre società, riuscendo a convincerne altre 1.400 di piccole e medie dimensioni a fare lo stesso.
Un campo in cui Patagonia investe molto è quello dei materiali, cercandone di resistenti e poco dannosi per l’ambiente. Alcune giacche sono fatte interamente utilizzando plastica riciclata. Una sezione del sito di Patagonia, “The Footprint Chronicles“, ricostruisce il costo ambientale della catena produttiva della società, mentre vengono incoraggiate la riparazione e la rivendita dei prodotti rotti o usurati.
A novembre dello scorso anno, quando negli Stati Uniti c’è stata l’annuale ricorrenza del Black Friday – il giorno del consumismo sfrenato, quando i negozi hanno i prezzi più bassi dell’anno e i grandi magazzini vengono letteralmente presi d’assalto – Patagonia ha comprato una pagina intera del New York Times in cui ha messo l’immagine di una giacca e un titolone, “Non comprate questa giacca”. Sotto la scritta veniva illustrato nel dettaglio l’impatto ambientale della produzione del prodotto, in termini di acqua utilizzata ed emissioni inquinanti.
Anche società molto più grandi di Patagonia si sono interessate, dopo molti anni, al modello di gestione attento all’ambiente di Chouinard, che sicuramente ha un grande ritorno dal punto di vista dell’immagine commerciale. Walmart, che ha ricavi annuali circa 800 volte più grandi, si è unita a Patagonia nel Sustainable Apparel Coalition (“coalizione per l’abbigliamento sostenibile”), invitando anche altri giganti del settore come Levi Strauss, Nike e Adidas per una serie di iniziative e di auto-regolamentazioni che impegnino a una produzione sostenibile e rispettosa dell’ambiente.
I critici dello stile organizzativo e economico di Patagonia dicono che quei metodi non funzionerebbero mai per una società quotata in borsa o che vendesse i suoi prodotti a prezzi più accessibili.
Chouinard non sembra molto colpito dalle critiche e va dritto per la sua strada: un paio di anni fa, come racconta il Wall Street Journal, venne invitato a tenere una conferenza davanti a allevatori e commercianti del settore ittico a Vancouver. Colpito dall’ignoranza del pubblico sui temi ambientali, sulle sostanze inquinanti e sui rischi per l’ecosistema connessi alla pesca, decise di fondare una società per il commercio del salmone, Patagonia Provisions, che ha debuttato poco più di un mese fa. Il pesce è pescato nel fiume Skeena, nella British Columbia (Canada Occidentale), con metodi che la società dice ispirati a quelli delle popolazioni native americane. Chouinard ha speso finora 1,3 milioni di dollari in questa impresa, con grossi dubbi sulla possibilità di rientrare nell’investimento.

https://www.patagonia.com

domenica 11 agosto 2019

IUTER

IUTER È UN MARCHIO STREETWEAR DI ALTA QUALITÀ INTERAMENTE PROGETTATO E PRODOTTO A MILANO DAL 2002. SEBBENE I SUOI PRIMI COLLABORATORI E SOSTENITORI FOSSERO TUTTI MEMBRI ORIGINALI DELLE SOTTOCULTURE SKATE E HIP-HOP DELLA CITTÀ, L'OBIETTIVO DI IUTER È QUELLO DI ANDARE OLTRE IL SUO CONTESTO ORIGINALE RICONCILIANDO L'IRONIA , GIOCOSITÀ E NATURA SPERIMENTALE DELLE SUE RADICI ALL'ARTE E ALLA RAFFINATEZZA DELLA SARTORIA ITALIANA.

MENTRE LE ISPIRAZIONI CREATIVE DIETRO LE COLLEZIONI ARRIVANO DIRETTAMENTE DALLE STRADE DEL MONDO, DAL 2010 IUTER REALIZZA I SUOI CAPI NEL PROPRIO STABILIMENTO VICINO A MILANO, SPINGENDO UNA RICERCA E UNA SPERIMENTAZIONE SENZA SOSTA, SVILUPPATE IN COLLABORAZIONE CON ALCUNE DELLE MIGLIORI AZIENDE TESSILI LOCALI. RINOMATO PER I SUOI DISEGNI AUDACI E LA SUA PRODUZIONE PREMIUM, NEL CORSO DEGLI ANNI IUTER HA ANCHE CREATO COLLEGAMENTI IN TUTTO IL MONDO PER CREARE DIVERSI PROGETTI DI CO-BRANDING E COLLABORAZIONE CHE SPAZIANO DAL PRODOTTO ALL'ARTE, AL DESIGN E ALLA MUSICA, DA MONTEBELLUNA A TOKYO.
OGGI IUTER È UN MARCHIO CONOSCIUTO E DISTRIBUITO IN TUTTO IL MONDO, AMATO PER IL SUO DESIGN CREATIVO E LA QUALITÀ DEI SUOI CAPI, PROGETTATI E REALIZZATI IN ITALIA DAL 2002



OBEY

Frank Shepard Fairey (Charleston, 15 febbraio 1970) è un artista e illustratore statunitense. È uno dei più noti esponenti della street-art. È anche noto come OBEY.
Figlio di un medico e di un’agente immobiliare, Fairey cresce nella Carolina del Sud, compie studi artistici e nel 1988 si diploma presso l’Accademia d’arte. Nel 1989 idea e realizza l’iniziativa André the Giant Has a Posse; dissemina i muri della città con degli adesivi (stickers) che riproducono il volto del lottatore di wrestling André the Giant, gli stessi sono stati poi replicati da altri artisti in altre città. Lo stesso Fairey ha poi spiegato che non vi era nessun significato particolare nella scelta del soggetto, il senso della campagna era quello di produrre un fenomeno mediatico e di far riflettere i cittadini sul proprio rapporto con l’ambiente urbano.

The Gigant

Mr. OBEY ,così conosciuto ormai in tutto il mondo, ha voluto con questo gesto, questa performance trasmettere un forte messaggio, quello della possibilità di manovrare le persone a proprio piacimento.
Il fatto che da un gesto così banale sia sorto un così grande successo deve essere subito preso ad esame. Le persone che l’artista ha voluto così invogliare a riflettere su ciò che li circonda, hanno prima criticato il fenomeno poi accettato ed infine reso moda.
Frank Shepard nasce come writer per poi affondare pienamente i piedi nella street art. E’ molto interessante osservare come nella sua semplicità i suoi ritratti di tipo grafico siano estremamente esagerati nei contrasti forti e innaturali dei colori, negli sfondi piatti e nelle pose spesso statiche e che creano diverse sensazioni in base allo scopo del manifesto, basti guardare il progetto Giant con un viso semplice e stilizzato ma nel contempo forte e ammonitore. Diverso invece ciò che si nota nel manifesto si Obama che con viso fiero e forte chiama gli americani alla speranza.


La Sticker Art

La sticker art è di Shepard perchè cosi la considera il suo pubblico, che le attribuisce infinite sfumature di significato. Sin dai primi stickers incollati in città, l’artista si rende conto del potere dell’adesivo come strumento per diffondere un’idea. Le reazioni al suo Andrè gli insegnano che il significato viene fuori da solo. E’ stata la vita delle metropoli a spiegargli che, di fatto, non ha senso teorizzare dato che la pratica porta con sé tutti i suoi significati. Bisogna soltanto offrire al pubblico i giusti stimoli, soprattutto visivi. Ciò che conta per Shepard è l’espressione, dunque il linguaggio. La parola è una delle forme di comunicazione, percezione condivisa. L’immagine ha lo stesso potere, anzi di più. E’ universale come la musica. Il linguaggio ha cambiato il mondo una volta, la stampa lo ha trasformato di nuovo, ogni medium inventato ha apposto le sue regole, rinnegando il ruolo di specchio per farsi invece motore reale, determinante.
Le aziende dominano i singoli perché dominano i mezzi di comunicazione. E’ un fatto, Shepard ha dimostrato il contrario. I singoli possono dominare le aziende perché hanno dalla loro il “medium” della strada, di muro in muro, di sticker in sticker. Il mezzo è il messaggio? E sia. La risposta per Shepard è il muro, vero “medium” di dissenso.

OBEY-obbedire

Quella di Shepard è POPaganda e regala il potere di ideare. Non c’è persona che non conosca Shepard, è ovunque. Non impone un messaggio al suo mezzo ma impone il suo mezzo come messaggio. OBEY è cresciuto in una società che gli ha insegnato come muoversi tra le immagini, senza in fondo spiegargliene il senso. Lo ha portato ad obbedire, senza che se ne accorgesse. Poi è arrivato il Gigante, anche nel mondo di Shepard, e gli ha aperto gli occhi. Ogni adesivo, chiede al suo pubblico di obbedire. OBEY.





giovedì 8 agosto 2019

STUSSY







Stussy è stato fondato nel 1980 da Shaw Stussy, surfer californiano, ed è da molti riconosciuto come il primo brand streetwear della storia.

Shawn Stüssy partì costruendo e disegnando tavole da surf e t-shirt sulle spiagge di Laguna Beach, per trasformare la sua passione e il suo stile di vita in una maniera di guadagnarsi da vivere.

Le grafiche potenti e dissacranti, presenti su tavole e capi conobbero subito un incredibile successo, sorrette dal boom del mondo del surf che in quegli anni conosceva una crescita esponenziale di fan.
In particolare la firma, o meglio, il TAG di Shaw Stussy, che ancora oggi rappresenta un logo inconfondibile, diventa un dettaglio di riconoscimento e un segno distintivo che profuma di autenticità. 

Così il brand sbarca a New York, viene abbracciato dalla scena street e skate e si insinua nel mondo hiphop. E' la nascita di una leggenda. Il brand allarga la gamma e oggi è distribuito e venduto in tutto il mondo, riconosciuto come sinonimo di puro e vero streetwear.

VISION OF SUPER



PHILOSOPHY


Il progetto Vision of Super è nato nel 2018, mescolando moda, scenografia da corsa e cultura skate con le tendenze contemporanee.
Le caratteristiche di Vision of Super sono la produzione Made in Italy, la distribuzione molto selezionata e prodotti in edizione limitata.

FLAMES TEE

"Flame Tee" è la visione del design più iconico di Super. Unisce il patrimonio Made in Italy con le migliori tecniche di stampa e ricamo. Il motivo a fiamma è stampato su tutta la manica, mentre la grafica del collo è ricamata in alta definizione.

CONCEPT

UNICO Una combinazione di dettagli esclusivi e pura creatività, che rende ogni pezzo unico e diverso dal noioso "standard".

LIMITED LIMITED Limited Edition, irripetibile, mai imitabile; rendendo così il prodotto ancora più speciale per chi lo acquista.

ESCLUSIVO distribuito solo in negozi molto selezionati e mai casuale.

LOFT CONCEPT STORE





Niente è più come ieri, le domande sono cambiate, le risposte di conseguenza. La moda non si sottrae e la proposta si moltiplica arricchendosi di idee e concetti. Il modo di fare shopping si trasforma: il negozio diventa una galleria d’arte dove si entra per acquistare ma anche per farsi conquistare dal bello che ci circonda.

Nel mondo della moda nulla è casuale, niente nasce all’improvviso, senza ricerca, senza l’audacia di un’imprenditoria che crede nel progetto e che lavora per crescere, migliorare, sempre in linea con i gusti del cliente, spesso anticipandone le richieste.


Loft, un fashion store che fin da subito mette in evidenza caratteristiche nuove, in rottura rispetto al passato. Loft diventa rapidamente un punto di riferimento per i giovani, per i quali la moda ha connotati prevalentemente legati a sport e streetwear, caratteri decisi, orientati su modelli limited.
Brand internazionali e di ricerca, sneakers all'avanguardia e accessori ....
CARHARTT WIP
STUSSY
VANS 
ADIDAS
OBEY
THE NORTH FACE
PATAGONIA
LIFE SUX
U.P.W.W.
RIPNDIP
THRASHER
CHINATOWN MARKET
BONSAI
VISION OF SUPER
EDWIN
LEVIS
KAPPA
PUMA
HERSHEL
and many moore ...... 

LOFT Piazza IV Novembre, 1
San Donà di Piave VE ITALY 
TEL. 0421 331984

U.P.W.W. NEW YORK storia di un brand






Il fotografo Alessandro Simonetti è cresciuto alla fine degli anni '70 tra Roma e una piccola città nel nord-est dell'Italia. Ha iniziato a fotografare lo stesso anno in cui ha iniziato a scrivere graffiti. Naturalmente, ha rivolto la propria attenzione alle attività e alle comunità in cui era immerso - skateboard, punk, pittura - ogni chiave per le innovazioni cataclismiche del fai-da-te che alla fine sono diventate e continuano a definire la cultura giovanile globale. Nei decenni che seguirono, Simonetti e i suoi coetanei furono testimoni della trasmutazione di queste nicchie un tempo autosufficienti in un mainstream sponsorizzato dall'azienda e fortemente mediatizzato. Durante questo periodo, ha realizzato libri, messo in scena spettacoli e lavorato con marchi della moda. Il suo primo servizio commerciale è stato per il marchio streetwear italiano degli anni '90, Broke, seguito da artisti del calibro del gigante dell'abbigliamento da lavoro Carhartt, la società di skate nativa di New York 5BORO e Zoo York. Ma Simonetti non ha mai pensato alla moda come veicolo per il suo lavoro. Sembrava più probabile che il suo lavoro fosse un veicolo per la moda, poiché la pubblicità e il marketing impararono rapidamente a dominare sia il contenuto che le caratteristiche visive dei movimenti creativi subculturali e della fotografia in stile documentario.

Una mattina d'inverno, Simonetti e io ci siamo incontrati per un tè nell'East Village e mi ha raccontato di come, con sua stessa sorpresa, sia diventato il direttore creativo del suo marchio di moda. Nel 2017, Vanni Lenci, designer e amico di Simonetti, si è imbattuto nello showroom di New York Garment District di Utility Pro: un'azienda di abbigliamento che dal 1995 produce abbigliamento da lavoro ad alta visibilità per controllori del traffico aereo, agenti di controllo del traffico e operai edili . Ispirati e incuriositi, Simonetti e Lenci hanno avviato un'estensione collaborativa di Utility Pro, chiamata U.P.W.W. (Utility Pro Work Wear) e ho iniziato a fare vestiti. Ciò è stato possibile con l'aiuto del direttore generale di U.P.P.W., Jon Joory, la "terza tappa" dell'U.P.W.W. triangolo creativo. "La sua famiglia ha creato Utility Pro per servire cantieri e reparti di sicurezza in tutti gli Stati Uniti e fa parte di una lunga tradizione nella produzione di indumenti da lavoro". Insieme hanno lanciato la loro prima collezione di prêt-à-porter entro la fine di quell'anno. Le giacche e i pantaloni al neon di U.P.W.W., costruiti con tessuti resistenti alle intemperie e decorati con strisce riflettenti, si trovano a Barneys, TOKEN, VFILES e in una selezione di boutique in Europa e Asia. La "giacca bomber reversibile in ecopelliccia e tessuto tecnico" di questo inverno è venduta a $ 440.

A un certo punto della nostra conversazione, Simonetti ha osservato che "viviamo in un momento in cui non c'è molta salsa segreta su come creare un marchio". Ho concordato. Ha spiegato che la parte più interessante della creazione di U.P.P.W. ha lavorato direttamente con la società madre, ricercando e osservando le somiglianze e le discrepanze nelle strategie e negli obiettivi di ciascuno. “Utility Pro è stato di grande aiuto sia nella logistica che come fonte di ispirazione infinita. Stiamo continuando la loro storia. ”E questa incursione nella moda è sicuramente un nuovo capitolo per Utility Pro. Prima di questa collaborazione, il loro abbigliamento non era mai stato o commercializzato per qualcosa o qualcuno al di fuori delle professioni di cui sopra. Piuttosto che "streetwear" come lo conosciamo, si tratta di "usura" letteralmente fatta per la "strada" - per i lavoratori che sono fuori e quindi devono essere protetti dagli elementi e facilmente distinguibili dai veicoli in movimento. Giubbotti, bombardieri e tute esattamente funzionali sono cambiati a malapena in oltre due decenni e presentano materiali isolanti estremamente resistenti, tasche posizionate strategicamente e 3MTM ScotchliteTM nastrati sul petto e sulle spalle per garantire che il busto umano sia chiaramente definito. L'Amministrazione per la sicurezza e la salute sul lavoro (OSHA) richiede che tutti i lavoratori di qualsiasi tipo di cantiere o di cantiere indossino indumenti riflettenti in ogni momento, producendo così una domanda fondata non sul clamore o sul valore illusorio ma sulla necessità pratica e legale.

U.P.W.W. è emerso in un momento in cui le versioni della moda delle uniformi dai colletti blu stavano spuntando sulle passerelle, come le immensamente popolari magliette Vetements x DHL dall'autunno 2015 che hanno venduto a circa $ 250. Una seconda iterazione verrà rilasciata questa primavera per più del doppio del prezzo iniziale dell'autoadesivo. Per quanto consapevole di sé, un capo di abbigliamento basato sull'uniforme di un lavoratore inevitabilmente commenta e spesso aggrava le condizioni materiali del lavoro e della classe. Naturalmente, la moda (e tutte le pratiche creative) trae ispirazione da fonti disparate, ma questa corrosione di significato affligge in particolare qualsiasi modalità di produzione creativa per cui il valore dipende dalla scarsità di produzione. Anche se sarebbe stato perfettamente possibile scattare alcune foto nello showroom di Utility Pro e schiaffeggiarle su una mood board senza ulteriori contatti, non è così che funziona Simonetti. In questo modo, U.P.W.W. si comporta meno come un marchio di moda che come una relazione: un esercizio attivo e continuo nelle collisioni contestuali e nelle tensioni che producono. In effetti, queste sono le attrizioni culturali che Simonetti ha attraversato per tutta la sua carriera: arte contro moda, contatore contro azienda. Allo stesso modo in cui fotografi come Simonetti hanno mirato a documentare e trasmettere sottoculture senza comprometterne l'essenza, rimuovendo i loro contesti o distorcendo le loro storie, U.P.W.W. ci spinge a chiederci come la moda potrebbe interagire con il suo materiale di origine in un modo che sia vantaggioso per entrambi.

martedì 6 agosto 2019

La collezione FW19 di Carhartt WIP

La collezione FW19 di Carhartt WIP

Classici rielaborati ispirati all’abbigliamento sportivo e al food militare


Carhartt WIP è tornato, pronto a presentare una delle sue collezioni più variegate.
La proposta per la stagione FW19 include alcuni dei suoi capi più rappresentativi, rielaborati con dettagli ispirati all’abbigliamento sportivo e al mood militare e decorati con motivi classici come check, animalier, pied-de-poule e stampa mimetica. Così l’iconico Michigan Chore Coat e la giacca Detroit sono stati realizzati con un nuovo materiale, il Dearborn Canvas, che regala al cotone un effetto patinato e invecchiato; la Dexter jacket e il pullover in pile Prentice presentano colori audaci e tessuti tecnici ispirati alle giacche da alpinismo. Se i sommozzatori e i sub sono il punto di partenza per i tessuti tecnici idrorepellenti dei nuovi piumini, i riferimenti per il nuovo Norvell Pant in una lana dogtooth sono l'après-ski, i Paninari e i casual
Nonostante il mix di ispirazioni nostalgiche filtrate attraverso una lente moderna, lo stile Carhartt WIP resta inconfondibile così come la sua estetica senza tempo che affonda le radici nel workwear






domenica 4 agosto 2019

LO STREETWEAR



Lo streetwear è una vera e propria cultura
“Lo Streetwear è un movimento artistico. È un modo di creare le cose” disse, il fashion designer americano e CEO del brand Off-White, Virgil Abloh. Oggi vogliamo sfatare il mito che abita gran parte del pensiero comune moderno: lo streetwear è solo un modo di vestire, è solo moda. Non è così, scopriamo perché.

Cos’è lo Streetwear?
Questa domanda non conosce risposta universale. Bobby Hundreds, Co-Fondatore del brand storico street The Hundreds, è andato alla ricerca di una risposta il più universale possibile realizzando un documentario, Built to Fail, in cui lo Streetwear viene raccontato, per la prima volta da colossi del settore e personalità che hanno vissuto e contribuito alla nascita di questo movimento. Ognuno di loro ha dato una propria definizione e interpretazione - dettata dalla singola esperienza vissuta - di Streetwear. Hundreds ha radunato un grande numero di designer, fondatori di brand storici come Tommy Hilfiger, musicisti e rapper come ASAP Rocky, e insieme hanno parlato e si sono confrontati in merito al movimento, il quale nonostante da una parte non abbia una definizione chiara, dall’altra ha un valore culturale inestimabile.
Nonostante ciò, c’è chi identifica il fondatore e iniziatore dello Streetwear in Shawn Stussy, il quale ha fondato l’omonimo marchio di abbigliamento. Stussy ha avuto l’abilità di unire arte, cultura surf e hip hop della contea di Orange County, California, arrivando a colpire e influenzare New York e il Giappone. Stussy rientra sicuramente non solo tra i colossi e fondatori del movimento, ma anche tra uno dei pochi brand che restano in piedi da anni senza perdere colpi avanzando in maniera eccellente con il tempo che, inevitabilmente, passa e cambia la realtà circostante.

Ed è qui che ci rendiamo conto di quanto sia dura attribuire il titolo di Padre dello Streetwear ad un singolo individuo, perché per quanto Shawn Stussy posinfluente negli anni, quando il movimento non era ancora riconosciuto come tale in tutto il mondo, ogni nazione, paese, città stava sviluppando lo Streetwear a seconda della realtà culturale che viveva. Ad esempio, se tu avessi vissuto in Giappone negli anni ‘80, avresti identificato come padri del movimento Hiroshi Fujiwara - musicista, produttore discografico e designer giapponese - e Nigo - produttore discografico e disc jockey giapponese. Se invece fossi stato un adolescente londinese probabilmente avresti fatto riferimento a Michael Kopelman.

È dunque chiara la difficoltà di rendere universale questo movimento culturale, è difficile mettersi d’accordo per decidere chi ha iniziato lo Streetwear, cos’è, da dove arriva e quando è nato. Meno difficile è identificare l’anima del movimento e chi ha coinvolto.


Cosa e chi rappresenta lo Streetwear?
La risposta a questa domanda è l’unica chiave in grado di sfatare il mito che gira attorno allo Streetwear. Questo non la rende universale o facile da trasmettere, ma è sicuramente il punto essenziale che ha permesso la sua nascita e permanenza all’interno di qualsiasi cultura nel mondo.
Shawn Stussy, Bobby Hundreds, Edison Chen, Erik Brunetti, James Jebbia, e moltissimi altri non hanno iniziato a creare con lo scopo di guadagnare, hanno iniziato a creare perché avevano un messaggio da trasmettere, avevano una necessità da colmare, avevano una passione che li motivava, poi hanno capito che con i soldi ricavati dalla passione avrebbero potuto pagare l’affitto e molto altro, ma questa è tutta un’altra storia.
Dunque all’epoca coloro che acquistavano le loro T-shirt non le compravano perché erano esteticamente belle, perché si abbinavano molto bene con quel jeans che avevano appena comprato o perché facevano tendenza, piuttosto acquistavano le loro T-shirt perché indossandole avrebbero rappresentato una storia, un’ideologia, uno stile di vita nel quale si identificavano e del quale si sentivano parte.

Il motivo per il quale oggi questo movimento culturale non viene comunemente considerato tale è perché molti designer hanno gettato la loro passione e dimenticato il motivo che li spinse ad iniziare per il Dio denaro, ovvero affiliando il loro brand a diverse case di alta moda. Così facendo hanno dato il via ad un effetto domino in cui la reputazione dello Streetwear in quanto tale è calata e ha, in parte, smesso di trasmettere e creare e iniziato a produrre e vendere. Di conseguenza molti hanno smesso di identificarsi e far parte dell’ideologia - che spesso non c’è -, piuttosto hanno iniziato ad acquistare perché è bello e va di moda.

A questo punto non emetterò un giudizio, piuttosto abbraccerò con il pensiero l’idea che, come ho già detto parlando di Shawn Stussy, il tempo inevitabilmente passa e porta il cambiamento, dobbiamo essere noi - io e te - bravi ad adattarci o, nel caso in cui l’adattamento non fosse la nostra prima scelta, distinguerci rimanendo fedeli a quello in cui crediamo e vogliamo essere.

VANS , STORIA DI UN BRAND

Vans nasce in California il 16 marzo 1966 ad Anaheim, dall’idea dei due fratelli Paul e Jim Van Doren che uniscono le loro forze con i soci Gordon Lee e Serge Delia. Fondarono quella che inizialmente era la Van Doren Rubber Company.

La prima fabbrica Vans nel 1966
Paul Van Doren, figlio di un inventore e di una sarta abbandonò la scuola all’età di 14 anni. 
Appassionato di cavalli, andava tutti i giorni ai circuiti e proprio lì cominciò ad essere conosciuto come “Dutch the Clutch”. Sua madre poi insistette sul fatto che Paul dovesse ottenere un lavoro in una fabbrica di scarpe e quindi così come per i fondatori di altri colossi mondiali Paul Van Doren mentre lavorava in un negozio di scarpe, ebbe l’idea di disegnare un nuovo tipo di scarpa da barca leggera e che aderisse perfettamente a differenti tipi di superficie evitando il rischio di scivolare.
Di fatto fu disegnata la prima Vans della storia.
L’idea di Paul era quella di creare una scarpa di tendenza prendendo come riferimento la Converse Chuck Taylor e puntare al mercato delle sneakers da pallacanestro.
Le cose non andarono proprio così.
Andiamo per ordine.

Nel 1966 Paul Van Doren, insieme a suo fratello Jim e ai suoi soci Gordon Lee e Serge Delia, grazie all’esperienza che aveva maturato nel campo retail, decisero di aprire il primo negozio che vendeva le scarpe di sua produzione. Per dare l’idea di che tipo di negozio fosse, bisogna pensare alla concezione di un negozio artigianale che vende prodotti appena “sfornati”, come un panificio. Il giorno della sua apertura, nel negozio erano presenti soltanto 3 modelli di sneakers racchiusi in una fascia di prezzo che andava da 2,49$ a 4,99$, mentre sugli scaffali erano presenti soltanto scatole vuote. I clienti che acquistavano le scarpe la mattina sceglievano il modello e la misura e tornavano il pomeriggio per ritirarle appena prodotte in fabbrica.
Questo fu l’inizio della Van Doren Rubber Company, che successivamente prese il nome di VANS.

Le cose andarono bene e negli anni successivi quello che era un semplice negozio di scarpe ebbe una espansione molto forte, con l’apertura di un negozio a settimana. Alla fine degli anni ’70 si contavano ben 73 negozi Vans sparsi per tutta la California con vendite a livello internazionale nei negozi multimarca.
Nella sua storia aziendale Vans ha affrontato varie crisi ma si è sempre ripresa economicamente, fino a quando alla fine degli anni ’80 Paul Van Doren decise che era stanco per continuare a gestire la Company e la cedette alla McCown DeLeeuw Company per poi passare alla Vf Corporation nei primi anni 2000.

Ma cosa ha reso così popolare la Vans dagli anni ’60 fino ai nostri giorni?
Le sneakers Vans sono nate come scarpe semplici ma allo stesso tempo uniche: sono realizzate con una tela spessa, suola in gomma vulcanizzata quindi molto morbida e comoda, con il suo caratteristico disegno a forma di waffle, caratterizzata spesso e volentieri dalla Jazz Stripe, la banda ondulata laterale che è anche il simbolo dell’azienda.

la Vans è la scarpa simbolo per eccellenza degli skaters. Non a caso nasce in California patria dei surfisti. Ma si dice che nei primi anni ’70 in California non ci fossero onde tanto adatte alla passione per il surf così venne l’idea di apporre delle rotelle alle tavole e coloro che prima cavalcavano le onde cominciarono a cavalcare l’asfalto. Inizialmente si skaterava a piedi nudi, ma una delle peculiarità delle Vans era la sua suola antiscivolo che si adattava ottimamante alle esigenze degli skaters.
Tony Alva e Stacy Peralta, gli skater per eccellenza, sono stati i primi ad essere sponsorizzati da Vans.
Le Vans vantano, un legame speciale con cinema e musica: nel film Fuori di Testa,  Sean Penn agli inizi della sua carriera indossa le ormai mitiche slip-on a scacchi; per il film Snakes on a Plane l’azienda creò un modello personalizzato per il protagonista Samuel L. Jackson, mentre a Julia Roberts vennero inviate delle scarpe rosa create appositamente per lei.
È una scarpa per tutti perché si presenta in svariati colori, dai monocolori, ai colori pastello, fino ad arrivare a quelle con fantasie di svariato tipo, come fumetti o disegni di qualsiasi tipo.


Vans SK8-Hi: il leggendario top alto stringato, presenta tomaie in tela e suede robuste, puntali rinforzati per resistere a usura ripetuta, colletti imbottiti per sostegno e flessibilità e suola in gomma con logo.
Vans old school: la classica scarpa da skate di Vans e la prima a mostrare l’iconica striscia laterale, ha una silhouette allacciata a vita bassa con una resistente tomaia in suede e tela con linguetta e fodera imbottita e suola Waffle signature firmata Vans.
Vans slip-on: ha una tomaia in tela a basso profilo; la più nota ha la iconca stampa a scacchi, ma se ne trovano con ogni tipo di stampe e colori; inserti laterali elastici, etichetta con bandiera Vans e suola originale Waffle Vans.